fermatiamico

venerdì, 04 dicembre 2009

UNA PIETRA SOPRA

pietra_piasentina_big 

E' ponendosi come esperienza conclusa che la successione di queste pagine comincia a prendere una forma , a diventare una storia che ha il suo senso nel disegno complessivo. Stando così le cose, posso ora raccogliere questi saggi in volume, cioè accettare di rileggerli e farli rileggere. Per fermarli al loro posto, nel tempo e nello spazio. Per allontanarli di quel tanto che permette di osservarli nella giusta luce e prospettiva .Per rintracciarvi il filo delle trasformazioni soggettive e oggettive, e delle continuità. Per capire il punto in cui mi trovo. Per metterci una pietra sopra.”


marzo 1980


Italo Calvino – Una pietra sopra- ed. Mondadori



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Oggi sono stanco, provo una sensazione di essere arrivato a fine corsa, un bisogno di scrivere su un foglio la parola FINE.

Fine dell'ansia di vivere, fine dell'emozione di esistere, fine del subbuglio del cuore.

Come ti capisco ora Miriam , mia dolce sensibile sorella.

Sento la tua voce , Miriam, la tua voce profonda e trafitta mentre sussurri accanto a me, guardando in basso, tra le foglie bagnate che si attaccano ai tuoi stivali e racconti :

“ Mi vestiva di nastro di raso nero ; sulla mia nuda pelle bianca la stoffa disegnava opere astratte di Mondrian, che si riflettevano nel grande specchio davanti al quale ci piaceva far l'amore. Sembri un quadro, mi diceva, mentre le sue mani accarezzavano la mia schiena e mi stringevano i fianchi avvicinando le mie piccole natiche al suo bacino . I capelli scendevano a ciocche scomposte sul mio viso quando mi prendeva e lo sentivo dentro me, così appassionato e feroce insieme.”

Mi narravi di te , Miriam, camminando sul lungo lago, standomi vicina ma come se parlassi a te stessa.

Era autunno, le nuvole scorrevano veloci spinte da un vento quasi tiepido e le foglie turbinavano tutt' intorno confondendosi e impigliandosi tra i tuoi lunghi capelli neri.

Quanto tempo trascorre prima che l'autunno diventi inverno e l'inverno primavera?

Settimane, mesi, necessari al cambiamento, alla metamorfosi.

È un ciclo naturale. Fuori e dentro di noi.

Non si contrasta , non si accelera e non si rallenta il fluire della stagione né quello dei sentimenti.

Io restavo zitto trattenendo il suono basso delle tua voce, silenzioso amico in ascolto, finalmente, del tuo tormento.

“ Per lui ero una cosa bella e straordinaria , un' offerta d'amore imprevista da prendere e giocarci e scommettere su chi è il più forte (fin dove ti spingerai per amor mio ? ) .

Non lo diceva ma era questo che stava sperimentando ( non hai paura di me? )

Andavamo in una cascina abbandonata , nella stalla, dove ancora c'erano ganci e corde e paglia. Alzavo i polsi legati stretti con il nastro di raso e mi appendeva ai ganci ; io restavo così in piedi, vestita di sottoveste corta e collant , senza biancheria. Ero bendata. Mi accarezzava la schiena sussurrando dolci parole ( sono con te tesoro mio, t'amo) e si nascondeva dietro una catasta di legna da cui poteva guardare attraverso le fessure.

Poi arrivavano loro: due uomini contattati nel parcheggio dell'autogrill, che avevamo scelto insieme tra gli autotrasportatori in sosta ; mi piacevano così , rudi, senza scrupoli. Stavamo ore nei parcheggi dell'autogrill osservando gli uomini stanchi e schivi , mentre muovevano piano i loro TIR manovrando con precisione ; mangiavano, si riposavano e controllavano il carico o il motore. Gli indicavo quelli che più mi attiravano e lui mi diceva se andavano bene o no, decideva lui perchè aveva una sensibilità particolare per capire l'indole delle persone. Poi li avvicinava e gli faceva l'offerta, indicandomi con il capo; io stavo in disparte ma li guardavo negli occhi quando loro mi scrutavano increduli. ( fin dove ti spinge questo muso di cane ? )

Quasi sempre accettavano.

Lui li faceva salire su un' auto che noleggiavamo apposta e partivamo, noi davanti e loro al seguito, verso il posto convenuto. Gli uomini stavano fuori mentre lui mi legava al gancio appeso al muro.

Trascorso il tempo stabilito, i due camionisti entravano, si avvicinavano a me ridacchiando e iniziavano a toccarmi ovunque ; sentivo le loro mani sui seni e sotto la sottoveste mentre mi dicevano parole oscene . Gli accordi erano che potevano fare quello che volevano per mezzora, tranne esercitare violenze e baciarmi sulla bocca ( avrai solo il mio bacio, non d'altri) . Ma erano individui semplici, con poca fantasia , e si limitavano ad usarmi secondo gli schemi sessuali più convenzionali e più laidi. Io mi bagnavo subito, appena sentivo le loro mani su di me , pensando che lui mi stava guardando .

Gli uomini mi prendevano più volte, insieme o a turno, poi se ne andavano, come d'accordo, lasciandomi legata ancora, con le braccia in alto , le calze strappate e la sottoveste scomposta.

Appena si sentiva il rombo del motore allontanarsi, lui usciva dal suo punto di osservazione: sentendo i suoi passi, bisbigliavo il suo nome “ Andrea! ” e la mia voce non la riconoscevo.

Era la voce di una bambina che chiama il padre, di una donna che invoca l'amante, di una vittima che implora il carnefice.

Mi slegava, io tremavo, mi toglieva la benda dagli occhi,mi accasciavo su di lui che mi sussurrava dolci parole e mi accarezzava i capelli, ( la tua anima è pura , come quella di una vergine ) mi prendeva in braccio e mi adagiava sulla paglia, mi puliva con salviette profumate e mi baciava le labbra dicendomi che mi amava sopra tutto e non mi avrebbe mai lasciata.

Non mi avrebbe mai lasciata.

Restavo abbracciata a lui respirando il suo odore, ero stravolta, sapevo che andavo oltre ogni limite, oltre i miei confini morali ed etici, eppure mi sarei spinta ancor più fuori dal cerchio delimitato e ora dilatato delle mie possibilità pur di avere la sua voce e i suoi baci a condividere il mio cieco percorso .

Il nostro cieco e perverso percorso “.

Poi Miriam taceva, stremata.

Io ero più sconvolto di lei. Non osavo commentare né consolare.

Lei non voleva né l'una né l'altra cosa, voleva parlare, liberarsi dell'ossessione del ricordo.

Si volse a guardami e i suoi occhi azzurro-grigio, dolenti, semichiusi, attraversati dai capelli che furiosi li sferzavano per il forte vento ,attorno al viso così pallido, mi trafissero come frecce acuminate.

Quanto tempo è necessario perchè le foglie ingialliscano o rosseggino, avvizziscano e cadano e poi vengano trasformate in seta frusciante dalla pioggia dell'inverno?

È necessario tutto il tempo che è necessario.

Aspettare il ciclo temporale dell'azione che scorre, ogni cosa avviene a suo tempo, aspettare, pazientare, fino a che la metamorfosi si completi.

Abbandono ,dolore, solitudine, urlo, quiete, pace, silenzio.

“ Invece mi ha lasciata. “ continuò Miriam. “ Credo che ormai avesse avuto abbastanza prove della mia dedizione, l'esperimento si poteva dire concluso ( nessuna mai prenderà il posto che è stato tuo).

La sua supremazia affermata.

La mia tensione verso l'estremo, rilassata.

Yin e Yang, il giorno che si tramuta in notte e la notte che si tramuta in giorno, un ciclo completato.

Bianco e nero o bene e male o sacro e demoniaco, amore e odio che si compenetrano , vuoto e pieno.

Necessari l'uno perchè abbia vita l'altro.”











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Così Miriam finalmente sospirava e si volgeva a me con sguardo fermo , mentre io tremavo più per la tensione provocata dal suo racconto che per le sferzate del vento.

La osservai a lungo, immobile dinnanzi a lei che adesso mi sorrideva delicata , quasi infantile, con gli occhi spalancati e lucidi nei quali brillava ora una richiesta di comprensione e , forse, di assoluzione.

Ci abbracciammo, stretti senza parole, ci abbracciamo a lungo, fin che sentii le sue lacrime tiepide inumidire la mia guancia ispida.


Ora che sono trascorsi alcuni mesi dal suo racconto e dall'ultima volta che vidi mia sorella Miriam ,mentre aspetto che si completi il ciclo del mio insostenibile dolore per la sua perdita, mi sento esausto di questa vita così travolgente e provante , vorrei che ci fosse silenzio per annullare la tensione emotiva. Ricordo la sua ultima telefonata : Miriam era in auto , al mattino presto, credo verso le sei ; mi ero svegliato da poco e fui sorpreso di vedere sul display il suo nome “Miriam”, evocativo d'amore e di tenerezza.

Mi disse che stava partendo per T. e che si sentiva senza forze :“ Non so cos'ho di preciso, mi sento esausta e stanca, sento che la vita mi lascia , senza tragedia né affanno, ma mi abbandona perchè si è completato il suo ciclo. Non c'è spazio e tempo dentro me per una rinascita, c'è posto per il silenzio. Se davvero la mia vita sta per finire, porta sassi in mio ricordo, non fiori. Tutti i sassi più belli che trovi : ciottoli levigati di fiume e sassi appuntiti di montagna, rocce dure come basalto e morbide e friabili come arenaria, perchè i sassi rappresentano la vita più dei fiori, sono metafora dell'esistenza e del suo ciclo. “


Ho rispettato la tua volontà, porto a te, Miriam ,nel luogo in cui ora riposi, un sasso raccolto in ogni posto nuovo in cui vado e ho capito che avevi ragione quando dicevi che le rocce rappresentano l'esistenza più dei fiori e custodiscono tutti i passaggi della vita : sono antiche e stratificate di memorie, corrose e forti di tempo, multicolori di emozioni, pesanti e leggere di sentimenti, si sfaldano o resistono sotto le intemperie dell'esistenza, si sgretolano ma non scompaiono: sono immortali.


 


 


 







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SONO UNA CREATURA ( Giuseppe Ungaretti)


 

Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata

Come questa pietra
e il mio pianto
che non si vede



( .......................)

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mercoledì, 25 novembre 2009

Articolo 15: ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza

" NON SONO D'ACCORDO SU QUELLO CHE DICI, MA MI BATTERO' FINO ALLA MORTE PERCHE' TU ABBIA IL DIRITTO DI DIRLO"
(VOLTAIRE attr. )


Articolo 15 ( dichiarazione universale dei diritti umani)
1) Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza. 2) Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza.



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Una delle pagine più oscure, ed al tempo stesso meno divulgate, della storia del XIX secolo é quella del genocidio perpetrato dall'Impero Ottomano prima e dai Giovani Turchi poi, ai danni delle popolazioni armene stanziate da sempre sul territorio che comprendeva la parte nord-orientale dell'attuale Turchia e sulle terre a nord dell'Impero Persiano su fino alle cime del Caucaso. Ed infatti la storia ci racconta di una nazione eternamente contesa e frazionata tra molti grandi imperi, Persiano, Ottomano, Russo e continuamente devastata ed angariata da frotte di invasori quali i Turchi Selgucidi od i Mongoli.


Armenia- carta geografica


Armenia-10




 

Gli armeni dall'antichità al XVIII secolo

Le radici di questo popolo affondano già nel primo millennio a.C. quando, nel VII secolo gli armeni giunsero dalla Frisia, anche se la loro presenza nella regione anatolica è testimoniata da documenti storici già verso il 3000 a.C. Qui si fusero con la popolazione hurrita discendente degli antichi regni. Questa zona, però, era di fondamentale importanza per il controllo delle vie di comunicazione tra Oriente ed Occidente ed il suo possesso fu a lungo conteso dalle maggiori potenze militari dell'epoca. Gli armeni videro perciò passare sulle loro terre persiani, greci, romani ed arabi ma, anche grazie alla rivalità esistenti tra le varie potenze, riuscirono a sopravvivere ad ognuna di esse ed a raggiungere in alcuni momenti della sua storia, la piena indipendenza.











Armenia 1
Tra il IV ed il VI secolo il popolo armeno definisce le caratteristiche che lo identificheranno in futuro abbracciando come religione di stato il cristianesimo (primi al mondo nell'anno 301) nella loro particolare visione monofisita e fissando come propria lingua l'armeno. Queste particolarità contribuiranno al mantenimento della propria autonomia culturale e politica, sopratutto nei riguardi dell'occidente e della Chiesa Romana, ma, al tempo stesso isoleranno l'intera nazione dai paesi confinanti arabi di fede musulmana.
Nell'undicesimo secolo l'invasione dei Turchi Selgucidi mette in ginocchio il paese e costringe parte della popolazione alla fuga in Cilicia; seguiranno però tre secoli di relativa pace, rotta, all'inizio del XVI secolo, dall'invasione ottomana che occupa la parte occidentale dell'Armenia mentre quella orientale resta sotto il dominio persiano. L'Impero Ottomano non attua una politica marcatamente repressiva nei confronti delle minoranze interne ma impone comunque, su tutto il suo territorio, la Sharia, la legge coranica, quale unica fonte di diritto, ed il popolo armeno, in quanto cristiano, dovette subire pesanti discriminazioni

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L'inizio del genocidio.

Fino al XVIII secolo la condizione armena non segna sostanziali modifiche ma l'avvio del declino della potenza ottomana e la nascita del sentimento nazionale armeno, contemporaneamente alla conquista dell'indipendenza del popolo greco, aprono possibilità fino ad allora sconosciute. La contemporanea sollevazione dei popoli caucasici a reclamare la propria indipendenza e l'annessione da parte dell'Impero Russo dell'Armenia Orientale, concorrono a spezzare gli equilibri esistenti. Inoltre anche le maggiori potenze europee, ansiose di accrescere i propri interessi nell'area, premono sull'Impero pretendendo delle riforme interne che la Sublime Porta si vede costretta a prendere in considerazione. In questo clima effervescente l'azione armena si esplica su due fronti: il primo a Costantinopoli, dove il Patriarcato Armeno solleva la questione del riconoscimento della specificità armena, il secondo in Armenia dove nascono i primi partiti rivoluzionari armeni clandestini. Il Sultano Abdul Hamid II, preoccupato dall'attivismo armeno ed anche dallo sviluppo economico che questo popolo sta vivendo, decide di mettere alla prova le titubanti potenze straniere punendo la popolazione armena con l'esecuzione di alcuni pogrom durante i quali vengono uccisi 200.000 (300.000 secondo altre fonti) armeni nel periodo compreso tra il 1895 ed il 1997. Tutto questo avviene sotto gli occhi delle potenze europee che, come spesso faranno anche in futuro, non riescono a prendere alcuna iniziativa in difesa delle popolazioni angariate. La reazione armena consiste nell'intraprendere la guerriglia e nella creazione della Federazione Rivoluzionaria Armena, detta anche Dachnak, con basi nella vicina Armenia Russa e fortemente sostenuta dalle popolazioni locali.

 

Il riconoscimento del Genocidio da parte della comunità internazionale

Attualmente il genocidio armeno è stato riconosciuto come realtà storica di cui la Turchia dovrà farsi carico in diverse sedi. L'ONU, anche se in sordina, lo ha fatto il 29 agosto del 1985 mentre il Parlamento Europeo si pronunciò in proposito il 18 giugno 1997. Tra le nazione attivatesi in questo senso tra le prime è stato l'Uruguay ed alcuni stati degli USA (Massacjusetts, California, New Jersey, New York, Wisconsin, Pennsylvania, RhodeIsland,Virginia ed Illinois in ordine di tempo a partire dal 1978 al 1995) . Anche laDuma della Federazione Russa ha ufficialmente riconosciuto quanto accaduto agli armeni. Per quanto riguarda l'Italia sono state prese iniziative a livello comunale quali quelle di Milano, nel novembre '97, e recentemente di Roma. Inoltre per il giorno 31/3/2000 è stata posta all'ordine del giorno della Camera una mozione, presentata già nel '98 dall'onorevole G. Pagliarini (Lega Nord per l'Indipendenza della Padania) e sottoscritta da 165 deputati di vari partiti, che mira al riconoscimento, da parte del Governo Italiano, del genocidio armeno.

armenia_web

Il riconoscimento del genocidio armeno e la sua condanna non  costituiscono  un problema storico particolare riguardante gli Armeni soltanto, ma rivestono principalmente un carattere politico ed etico molto più generale coinvolgente molte altre nazioni, vicine o lontane, che si sentirebbero  sicuramente minacciate da una Turchia che ad  una tradizione militarista e ad una notevole carica demografica unisce uno spirito a tal punto espansionista  da  non rinnegare la pratica dello sterminio di altri popoli pur di raggiungere i propri obiettivi territoriali. Ieri sono stati gli Armeni ed i Greci ad essere sterminati, oggi sono i  Kurdi. Tutto ciò si verifica anche perchè il genocidio armeno non è stato sufficientemente condannato.


Armenia

Riconoscere il genocidio armeno non è quindi un atto di ostilità verso la Turchia, al  contrario è un atto di amicizia nei suoi confronti poiché è stato proprio in seguito al riconoscimento del genocidio armeno da parte dei  parlamenti di vari paesi che in Turchia è iniziato un movimento di condanna del genocidio armeno da parte di un gruppo sempre più numeroso di intellettuali. Questi ultimi vanno quindi incoraggiati  affinché abbiano il sopravvento sulle tendenze militariste e xenofobe e spingano così la Turchia  a riconoscersi sempre di più nei valori  fondamentali sui quali è basata l'Unione Europea.




 

http://www.comunitaarmena.it è il nuovo sito della comunità armena di Roma molto ben fatto ed utile per seguire le attività proposte dalla comunità.

http://www.wavefront.com/~homelands/armenia.html il sito è completamente in inglese ed è una pagina generale dove si possono trovare molti link con varie informazioni sulla storia e cultura armena, gruppi di discussione, gli eventi politici od il sito del governo armeno.

http://www.genocide.am/  è un sito completamente in inglese che oltre a fornire i dati sulla tragedia armena invita materialmente al sostegno di una massiccia campagna per il riconoscimento del genocidio.

 

 

armenia

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lunedì, 23 novembre 2009

taccia il silenzio

man ray




 

Taccia il silenzio

più nudo di alberi spogli

più vuoto di un barbaro cielo

(che pur brilla, altrove)


 

sul deserto bianco di sale

dove ronza ( solo) il tempo senza nome

un fantasma


 


 


 

Taccia il silenzio

più ampio di un pensiero d'amore

più immobile dell'acqua gelata

( che pur dentro scorre)


 


 

sul deserto mosso di dune

dove Morgana lascia ( labile ) traccia

un miraggio


 


 

Taccia il silenzio

a suggello e memoria

di fiducia ricevuta e tesa

( che pur si spoglia, arresa).






   la fiducia-Lanfranco                                                       Lanfranco- disegno a matita rossa- 1999
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categorie: poesia, amore, arte, dolore
giovedì, 19 novembre 2009

MALINCONIA

After-Man-Ray





 

Malinconia

che scorri su lisci binari verso l'ignoto

voglio lasciarti libera di fluire

rotola

oltre le barriere di nostalgie clandestine

poiché posso non temerti

ma non mi è dato vincerti



 

le figlie di Minosse-1973
 

                                                               Lanfranco
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categorie: poesia, amore, lanfranco
lunedì, 16 novembre 2009

Valpolicella- Pieve di San Giorgio

S.Giorgio - Val Policella

 

PIEVE di san Giorgio di Valpolicella
E' antichissima pieve e parrocchia e sede di una collegiata di sacerdoti che teneva una schola juniorum (seminario). Papa Eugenio III nel 1145 ricorda: "Plebem S. Georgii cum capellis et decimis et familiis et dimidia curte".
La chiesa attuale, uno degli esemplari piu' puri dello stile romanico con campanile, tre absidi a oriente e il bellissimo chiostrino, e' stata costruita verso il 1200. Del tempio pagano, su cui sorge la chiesa, sono state conservate e utilizzate un'ara romana dedicata "soli et lunae", cinque colonne rotonde e tutte diverse, un architrave ora pilastro. Nelle adiacenze della chiesa e canonica si trovano enormi blocchi di pietra lavorata. Lo stupendo "Ciborio" longobardo, ora altare maggiore, e' del 712. Alla primitiva chiesa cristiana appartiene l'abside a occidente, ora ingresso principale (affrescata all'interno) e probabilmente anche il grande fonte battesimale per immersione, di pietra e tutto d'un pezzo.

 

 

 
 

S.Giorgio di Valpolicella- pieve romanico-barbarica

 

 

S. Giorgio di Valpolicella- pieve romanico-barbarica- particolare

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categorie: archeologia, architettura, arte
giovedì, 12 novembre 2009

Umberto Bellintani

bellintani 

Umberto Bellintani, poeta italiano, nasce a San Benedetto Po (Mantova) nel 1914 e muore nel 2000. Studia alla scuola d’arte di Monza per diventare scultore, ma è richiamato alle armi nel ’40 e viene fatto prigioniero in Germania dal ’43 al ’45. Rientrato in Italia, abbandona l’arte, lavora come segretario in una scuola e si dedica alla poesia. Pubblica la prima plaquette, Forse un viso tra mille nel ’53, seguita da Paria due anni dopo; nel ’63 appare la sua raccolta riassuntiva E tu che m’ascolti. Nonostante gli autorevoli consensi (tra gli altri di Parronchi, Montale, Chiara, Luzi, Fortini, Bàrberi Squarotti, Forti, Caproni), decide di non pubblicare più, tenendo fede all’impegno preso con se stesso fino agli ultimi anni della sua vita. Nel 1998, infatti, esce Nella grande pianura, che è la sua opera più importante, comprendente la raccolta del ’63 e un’ampia scelta di inediti dei trentacinque anni successivi. La poesia di Bellintani non è collocabile in linee di tendenza o scuole del Secondo Novecento, estranea com’è, infatti, tanto all’ermetismo quanto agli sviluppi della scuola lombarda, per non dire dell’avanguardia. I versi di Bellintani sono un esempio di grande energia e di apertura visionaria. L’ambiente – per quanto a volte trasfigurato – è quello per lui più naturale: il Po con il suo paesaggio e con le figure e i tipi che vi si aggirano.
Il senso dell’esistere che traspare nelle sue poesie è quello di una particolare religiosità, sempre ai limiti del blasfemo, grazie alla quale Bellintani è capace di osservare la miseria sordida e la grandezza, la crudeltà e la carica di affetti di una vita umile eppure formidabilmente accesa, a volte, dall’apparire di presenze esotiche e gigantesche. Il tutto in una pronuncia molto personale, sempre a mezza via tra il naïf e la forbitezza d’accenti, in perfetta corrispondenza con la tensione e lo stile morale dell’autore, nobilissimo e primitivo al tempo stesso, tendente alla coloritura mitizzante eppure fortemente immerso nel reale quotidiano.

(http://www.lastampa.it/_web/_RUBRICHE/poesia/dizionario/b/bellintani.asp)




San Benedetto Po- il chiostro del monastero





Sera di Gorgo

Ancora opache innanzi a questa
sera ed umane.
Ora sono delle anime viola
le figure d’intorno al carretto
di chi grida il bel rosso dell’anguria.
E l’asino è un’ombra che sogna
e mastica biada.

Là il cielo è un verde di giada;
una rondine vi si tuffa,
esce, si perde:
è quasi ora di accendere lucerne.


300px-AbbaziaDelPolirone_SanBenedettoPo




 







Nostalgia

Torna un lamento,
e ne dà l’eco la pallida
ombra del monte al capo viola.

Vedo gli uccelli
sui comignoli dei tetti
di un paese dell’Epiro
e scroscia un fresco scintillato di rugiada.
E mentre trebbiano il grano
dei fulvi cavalli arrivo
ove l’oracolo di Delfo era
nel volto corrucciato del greco
fiero di odiarmi.
Non sarò forse mai,
non avrò più ritorno
a quelle terre ove
di me in cerca s’aggira
un ebbro momento.
Oh triste
esser dispersi nel tempo
e per terra divisi
in parti ed ogni parte la sorella
chiamare vanamente.

 

Po




 Per Umberto


Umberto a volte sembrava
un gattino
azzurri azzurri gli occhi
zecchino
Umberto e i suoi animali
il topo i lontani natali
la vegetale crudele lu
certola la luce del cigno
che spicca il volo del dopo
aprendo il dono il sogno il
suo fuoco


Alberto Cappi



 

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categorie: poesia, alberto cappi
domenica, 08 novembre 2009

pensieri per gli amori difficili

Lanfranco-il concerto 


 

Forse lo senti

il mio pensiero che scorre verso di te

la nostalgia

dei tuoi gesti

e delle tue parole.



Troppo ti rincorrono i miei desideri

e non amo più

indugiare

nell'abbraccio del sogno.


Ci sono luoghi

dentro di me

dove risuonano voci

e non trovano eco

dove la tua assenza mi è compagna

in labirinti

senza uscita.


Vorrei , un giorno, baciare i tuoi occhi

e non temere lo sguardo

oltre di me.



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categorie: poesia, amore
venerdì, 06 novembre 2009

LA CORSA ( seconda parte)

donna intelligente-2003                                                    Lanfranco- donna intelligente



 

LEI ( quella che ha perso il telefono)

 

Era stata la loro ultima telefonata. Lui le aveva comunicato che aveva deciso: sarebbe rimasto con sua moglie. Non gliel'aveva detto chiaramente, come lei si sarebbe aspettata dopo due anni e mezzo di relazione; le aveva precisato invece che era molto deluso dal suo comportamento, che non poteva pretendere che lui lasciasse la moglie e il figlio , che doveva essere contenta di quello che poteva darle e non chiedergli altro.

Le aveva mandato via mail il video della canzone di De Andrè, “ Se ti tagliassero a pezzetti” sottolineando i versi in cui Fabrizio canta “ ..dammi quello che vuoi, io quel che posso..” e con questo l'aveva messa con le spalle al muro. Zitta.

Ubbidiente.

Come sempre.

Lei non riusciva a farci nulla; si era ripetuta mille volte che doveva toglierselo dalla testa e dal cuore una volta per tutte.

Avrebbe voluto un amore normale, fatto di sguardi abbracci, carezze, baci , parole.


Lui voleva emozioni inconsuete, gesti nuovi, pensati solo per lui, vergini.

La spingeva a violare la sua verginità cerebrale, etica , anche.

E lei voleva lui, a tutti i costi.

Così faceva di nuovo atto di sottomissione.

Cercava di essere come lui voleva, di superare se stessa e di essere come piaceva a lui.

Ma non raggiungeva mai l'obiettivo. Non lo sentiva mai suo. Mai sciolto, per lei, che avrebbe voluto baciare le sue belle labbra per ore mentre spesso poteva solo guardarle, aprendo la cartella del cellulare, archiviate sotto il nome Enigma.

Perchè continuava ad esserlo , un enigma, anche dopo tutte quelle ore trascorse a parlarsi e a fare l'amore al telefono .

Era un solitario. Era un apolide.

Lui non era di nessuno.


Gli piaceva correre, la mattina presto, prima di andare al lavoro, o nel pomeriggio.

Lui nella sua città, lei nella propria; la corsa li allontanava o li avvicinava , nella stessa direzione ma in versi opposti.

La corsa è uno sport per solitari.

Ed ora l'aveva abbandonata.

Quel giorno l'aveva chiamata per dirle che la loro relazione doveva finire lì, per colpa di lei che non sapeva accontentarsi e chiedeva troppo, senza rendersi conto di quanto fosse fortunata a vivere tanti momenti esaltanti con lui.

Ma ora basta, lui voleva chiudere .

Definitivamente.

Si erano detti addio così, lui freddo e astioso, lei addolorata, disorientata.

Abbandonata ad un desiderio impossibile.

E dopo poche ore, mentre affidava alla consueta corsa le lacrime di dolore che le offuscavano la vista, sentì squillare il telefono ; impiegò diversi secondi ad estrarlo dalla tasca chiusa della giacca e quando riuscì a rispondere c'era già il messaggio relativo alla chiamata sulla segreteria telefonica. Si stupì sentendo il numero di lui, non le lasciava mai messaggi vocali. Quando ascoltò quel ritmo reiterato pensò di stare ancora correndo, ma no, era ferma; le sembravano passi in corsa.

Poi pian piano capì: erano i battiti di un cuore, il cuore di lui.

I l messaggio non finiva più, lo ascoltò per più di dieci minuti e ancora non finiva.

Perchè le aveva mandato i battiti del suo cuore? Che senso aveva ,dopo quello che si erano detti? E non era certo un romantico

Mai stato.

Poi nella mente si affacciò chiaramente il movimento che gli aveva visto compiere più volte: lui che terminava una telefonata e infilava il cellulare nella tasca interna della giacca sportiva, all'altezza del cuore. Le cose dovevano essere andate così: dopo averle parlato era andato a correre e senza volere aveva pigiato il tasto di chiamata ; poichè evidentemente l'ultima telefonata l'aveva fatta a lei, era rimasto in memoria l'ultimo numero, il suo, e il battito del suo cuore durante la corsa era stato registrato.

Involontariamente.

Sì, era andata sicuramente così.

Non si sarebbe nemmeno accorto di quanto era successo.

Riascoltò il battito di quel cuore che amava , ricordò la loro ultima conversazione; pianse senza freno e riascoltò ancora finchè non potè più sopportare la sofferenza dentro sé.

Gettò il telefono lontano, alle proprie spalle, senza voltarsi più.

Non avrebbe ceduto alla tentazione di richiamarlo in lacrime ,come aveva già fatto molte volte quando lui, periodicamente, si arrabbiava con lei.

Non voleva più sentirsi in colpa per essere ciò che era.

Continuò la sua corsa lentamente, mentre il pianto pian piano si calmava.


Qualcuno le aveva detto che ogni cosa aveva stampata, da qualche parte, la data di scadenza.

Non ne è era sicura, certi prodotti non scadono mai. Certi desideri li abbiamo per sempre.
 Le emozioni sono sempre vergini. 


Comunque, avrebbe comprato un telefono nuovo, avrebbe avuto un numero nuovo.

Il tempo della sua vita , ancora, non era scaduto.


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


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categorie: amore, donne, arte, storie di vita
lunedì, 02 novembre 2009

LA CORSA (prima parte)

 


“ Già mezzo chilometro dietro di te, e non è ancora visibile nessun segno fisico della tua corsa veloce, il polso continua a seguire il suo ritmo, e batte tranquillo, e il sudore è leggero, e anche se hai ai piedi pesanti scarpe militari, e non le tue scarpe da corsa, e il freddo e la fame possono anche loro pesarti lungo il percorso, sei in grado di continuare e correre così, senza fermarti nemmeno un momento, e per tutta la notte si sentirà il battere dei tuoi piedi sulla strada d'asfalto....”

David Grossman- L'uomo che corre- ed. Leonardo



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                                   Lanfranco-L'uomo che fugge dalla tecnologia- 1987

 

 

 


La sognatrice 


Tutti i pomeriggi andava a correre ai giardini vicino al Palazzo Ducale; quasi un'ora di corsa cadenzata, cercando di regolare il fiato come le aveva insegnato la professoressa di ginnastica alle superiori.

Inspirare, espirare, con il naso.

Ascoltando il proprio respiro e il proprio cuore.

Quello ai giardini era un percorso abbastanza frequentato, da uomini e donne di diverse età che avevano in comune la sua stessa determinazione a correre.

Perchè faceva bene, perchè irrobustiva e faceva sudare.

Ci si incrociava , ci si superava o si restava indietro, ciascuno con il proprio passo, ciascuno con il proprio respiro.

Molti avevano l' iPod per ascoltare la musica e distrarsi dalla presenza costante della fatica, dalla fragilità della volontà e della determinazione a tener duro.

Non mollare non mollare non mollare pulsavano i battiti del cuore nella corsa; non mollare non mollare non mollare.

Resistenza, mentale e fisica.

A lei piaceva correre e basta, concentrarsi solo su sé stessa, senza distrazioni, se non quelle dei pensieri che scandivano e ritmavano l'andatura.

Tutti quei pensieri che affollavano la sua corsa solitaria la rendevano impermeabile agli sforzi altrui. Incrociava ritmi di vita restando cieca e sorda.

Si corre da soli.

La corsa è un'attività per solitari.

Quel pomeriggio la forma inconfondibile di un telefono Samsung attirò la sua attenzione ,perforando lo strato di lontananza che l'avvolgeva ; si mimetizzava ,nero tra le forme scure delle foglie fradicie, nell'erba umida autunnale.

Si chinò con un misto di stupore e di senso di colpa, come se il solo gesto di raccoglierlo supponesse la responsabilità di averlo sottratto al legittimo proprietario, anzi, alla legittima proprietaria perchè quel telefono, da cui pendeva un morbido pon pon rosa chiaro, non poteva essere che di una donna.

Si guardò attorno per capire se qualcuno lo stesse cercando ma non vide nessuno. Pensò che avrebbe potuto lasciarlo al suo posto, nel caso che la persona che l'aveva perduto tornasse su suoi passi, sempre che nel frattempo qualcun altro non lo portasse via.

Per qualche istante restò dubbiosa sul da farsi quindi decise di infilarlo nella tasca della giacca e di portarselo a casa.

Entrò nel soggiorno tiepido e buio, accese la luce e si diresse subito verso il bagno per farsi la doccia , veloce e impaziente per il desiderio di curiosare in quel cellulare; si era ripromessa di salvaguardare la privacy della proprietaria, che sicuramente avrebbe telefonato, speranzosa in una risposta rassicurante, ma la curiosità ebbe il sopravvento sulla discrezione.

Lo aprì con delicatezza ; sul display non apparivano segni di messaggi né di chiamate. Guardò la rubrica, scorrendo i nomi delle persone , non molte a dire il vero. Poi si vergognò della sua invasione e chiuse l'apparecchio dicendosi che non avrebbe più curiosato e sperando di avere presto notizie della donna a cui apparteneva.

Trascorsero la sera e la notte e nessuno si fece vivo.

Il giorno dopo era domenica; si alzò presto, fece colazione sbirciando con impazienza il telefono , fino a che non resistette e lo aprì di nuovo. Questa volta guardò le foto salvate: una gattina bianca che dormiva, lo scorcio di un paesaggio, le labbra di un uomo... era la fotografia della bocca di un uomo giovane, con le labbra carnose e ben modellate , chiuse leggermente ; la foto era archiviata con la parola “ enigma”.

Si sentì pervasa da una leggera eccitazione e cercò nei messaggi ricevuti; ce n'era uno archiviato con lo stesso nome , “ enigma”, ma era un sms della segreteria telefonica : per ascoltare questo messaggio chiami il 42......

come resistere?

Chiamò il numero e la voce registrata disse : ha ricevuto un messaggio dal numero 34....... alle ore 18e 14 del.............. per ascoltare prema uno.

Premette uno.


Inizialmente le sembrò il rumore di passi in corsa, poi ascoltò con più attenzione il ritmo costante : tu tum tu tum tu tum :

I L B A T T I T O D I U N C U O R E

Rimase ad ascoltare la voce di quel cuore sconosciuto , quasi senza respirare per l'emozione, aspettando che da un momento all'altro si interrompesse l'armonia del suono. Di chi era quel battito? Perchè aveva mandato un tale messaggio sulla segreteria telefonica alla donna? Era forse il cuore del ragazzo a cui appartenevano quelle labbra sensuali della fotografia archiviata? Che motivo aveva di inviarglielo?

Il battito non cessava. Per quasi venti minuti rimase in ascolto, ponendosi tutte queste domande, immaginando una storia d'amore tragica e passionale fra quei due individui che fino a poche ore fa erano per lei due estranei e che ora occupavano i suoi pensieri e le sue emozioni.

Forse lui voleva dimostrarle quanto il suo cuore batteva per lei; forse lei gli aveva detto, in un momento d'ira, che lui era senza cuore ed egli le dimostrava, con il costante ritmo leggermente accelerato , che il suo cuore batteva costantemente e velocemente, per lei.

 Per lei sola.

Restò sul divano in pigiama e riascoltò di nuovo l'insolito messaggio. Lo interruppe per guardare ancora le labbra dell'uomo. Lo riavviò. Com'era lei? La donna del telefono? Esigente, volitiva, sensuale? Cosa aveva provato sentendo il pulsare dell'uomo che amava? E se ancora non avesse fatto in tempo a sentirlo? Se avesse perso il telefono ancor prima di ascoltare l'sms? Risaliva alle 18 e 14, lei lo aveva trovato verso le 19. Poteva benissimo averlo perso prima che il messaggio arrivasse. No. Se no sarebbe apparso sul display come messaggio non ascoltato. Ma perchè non telefonava per sapere se qualcuno l'aveva trovato? E il ragazzo, perchè non le inviava nulla? Né un sms né una chiamata.

Decise di lasciar trascorre la domenica e, se nessuno avesse reclamato l'apparecchio, lei avrebbe telefonato al numero del ragazzo, che la segreteria aveva registrato.

...........continua............



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categorie: amore, donne
giovedì, 29 ottobre 2009

Alberto Cappi











copertina

Lunedì 26 ottobre ,alla Cervetta a Mantova, è stata presentata l'antologia che raccoglie le poesie di Alberto Cappi " Poesie 1973-2006", curata da Mauro Ferrari per le edizioni Puntoeacapo di Novi Ligure.
Erano presenti  molti amici e lettori di Cappi , che  hanno ricordato il poeta, saggista e critco testuale scomparso a giugno , con la lettura di poesie ed attraverso interventi critici. Gli è stato reso commosso omaggio , tenendo viva la sua parola e la  "forza motrice" che lo caratterizzava quale " araldo" della ricerca e dell'avanguardia poetica.


Alberto%20Cappi,%20critico  
" E' INTOLLERABILE CHE LE PERSONE CHE CONOSCIAMO SI TRASFORMINO IN PASSATO"

(  Javier Marias- Domani nella battaglia pensa a me-  ed. Einaudi)



però è la Pasqua e

viene col suo cesto

d'acqua le sue gabbie

d'uccelli e d'ultrasuoni

eoni d'un pasto inconsumato

che breve fugge al gesto



parva parca piccola parola
avara di notizia instabile
emozione la bile che sussulta
nell'azione del corpo teso al
tra passare essere macinato
perchè nato e poi risorto e amato


Alberto Cappi- Questa la mia Pasqua- La bontà animale-2006


postato da giustosentiment alle ore 07:16 | link | commenti (2)
categorie: poesia, arte, alberto cappi